Le cronache di Gaia

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Italia: terra d'amori, arte e sapori

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EWWA

venerdì 3 febbraio 2012

LA FINE DEL MONDO ovvero come nella primavera del 1998 siamo andate a Berlino

Scusate l'assenza, ho avuto un po' di confusione mentale e fisica.
Mi riprendo.


Domani festeggia il compleanno una cara vecchia amica, ci conosciamo dalla terza elementare ed è sempre stata lei la prima del gruppo a compiere gli anni. 
Per lei, anni che furono, avevo scritto la cronaca di una divertente avventura che ci aveva viste coinvolte.
Dopo tanti anni constato che:
1. non siamo mai andate in Scozia e in Irlanda;
2. non abbiamo perso la voglia di andarci;
3. non vorrei aver avuto nessun altro accanto a me in quel viaggio, se non lei!



Buon week end!
Siate sotto la neve alta mezzo metro, gelati dai venti gelidi o fortunati e beati con temperature medio accettabili, passate dei bei giorni!


Vi lascio un  racconto di viaggio, siate buoni, lo scrissi molto tempo fa e più per gioco che per altro.





LA FINE DEL MONDO ovvero come nella primavera del 1998 siamo andate a Berlino


“Siamo arrivate alla fine del mondo”
Pensai, scendendo dal treno e incrociando lo sguardo di Carla.
Indovinai il suo pensiero ancora prima che parlasse.
«Dove siamo finite?» chiese sconsolata.
Eravamo partite la mattina presto, da Venezia, per arrivare nel pomeriggio in mezzo al niente.
In fondo eravamo in Germania.
Finalmente la Grande Germania unita!
Ma sempre nella parte est della Germania. Dove nessuno conosceva l'inglese, dove nessuno aveva mai sentito parlare in italiano.
Ricordai perfettamente la voce di mio padre: «Ma non sai anche il tedesco?»
Macchè!
Come si può imparare il tedesco in due mesi, per di più vivendo con italiani in una gelateria!
Al massimo si imparano i gusti del gelato!
Eppure io e Carla eravamo assolutamente convinte di farcela, dovevamo solo arrivare a Non-mi-ricordo-più-come-si-chiama, dove ci aspettava Sabrina: lei sì lo sapeva il tedesco!
Era stata chiamata da una società in uno di quei progetti universitari che una volta si chiamavano Erasmus, adesso di chiamano Virgilius e che lei aveva ribattezzato Odisseus…
Arrivare a Non-mi-ricordo-più-come-si-chiama non fu semplice.
Ci sembrava che il treno, ma forse definirlo treno avrebbe offeso i vecchi locomotori delle antiche FS, ci riportasse all'indietro nel tempo più che incontro alla nostra amica.
Quando la donna controllore, che non avrebbe affatto sfigurato come controfigura dell'incredibile Hulk, scese per azionare, manualmente, lo scambio dell'unico binario ne fummo assolutamente certe: eravamo ai confini della realtà!
Un po' di ordine.
Si parte da Venezia, serene. Io non tanto, era la prima volta che prendevo l’aereo.
Il volo è tranquillo, cielo limpido, Alpi innevate, atterraggio a Francoforte.
Che bella città! Che bell'aeroporto, italiani ovunque.
Seguiamo la massa brulicante dei viaggiatori verso il Gate dell’aereo che ci avrebbe portate ad Hannover.
Aereo piccolino, hostess gentili e parlanti inglese.
Il vicino di sedile è cortese, ma parla solo tedesco. Dopo tre tentativi falliti rinuncia ad abbordare Carla e si dedica all'hostess che, per inciso, a fine volo gli da il numero di telefono…
Atterraggio strano: i tedeschi applaudono il pilota e quasi cantano inni teutonici per festeggiare la buona riuscita del volo.
Forse io e Carla non sapendo il tedesco non avevamo capito che c'erano dei problemi?
No, ci spiegherà Sabrina più tardi: "Loro fanno così!".
Usciamo dal tunnel ed entriamo nel silenzio di Hannover.
Atmosfera irreale di centinaia di persone che camminano senza proferire parola.
Molti anni dopo scendendo da un Boeing nella bellissima città di Pechino mi ricordai di Hannover perché l'accoglienza fu la stessa, salvo poi uscire ed entrare nella confusione cinese.
Dall'aeroporto si va alla stazione con un autobus, ma alla stazione nessuno sa l'inglese!
Non sappiamo quale treno prendere, finché un giovane controllore sente un tipica espressione italiana di disapprovazione e capisce: "Italia!"
"Yes!" e ci porta dall'esperto funzionario poliglotta, parlante inglese, e possiamo salire sul treno più silenzioso che abbia mai preso.
Pensandoci bene quella fu l'esperienza più terrificante che i passeggeri presenti nel nostro stesso vagone potessero mai vivere.
Io e Carla che chiacchieriamo in italiano, ovviamente, con un tono di voce italiano.
Dopo mezz'ora le dieci persone presenti se n'erano andate, rimaneva solo un ragazzino che, ne sono sicura, se avesse avuto un macchina fotografica…
L'altoparlante scandisce il nome di una città.
Bella cosa l'altoparlante in un treno! Non devi chiedere continuamente “dove siamo?”, forse è per questo che stanno tutti zitti: per ascoltare l'altoparlante …
Scendiamo ed eccoci qui: sedute sulle nostre valigie in mezzo al niente.
Manca un'ora alla coincidenza, il vento è freddissimo, e mi chiedo: da qui in poi si entra nella ex Germania Est, dobbiamo cambiare treno un'altra volta, qualcuno saprà parlare inglese?
Dopo due ore siamo ancora lì, solo il vento è cambiato, è molto più freddo, ecco arriva… ma che cos'è?
Una corriera sulle rotaie, va a gasolio, presumibilmente, dal fumo nero che la segue.
Va ai 40 all'ora!
Scende la Hulk-controllore-donna che in perfetto tedesco ci intima di salire.
Dobbiamo andare, non sappiamo bene dove, ma il suo ordine è talmente perentorio, e lì è così freddo, che saliamo senza dire nulla.
Per arrivare da Sabrina chi impieghiamo 3 ore, in cui andando a 30 all'ora impariamo molte cose sul paesaggio, sui villaggi e sulle rotaie.
Salgono e scendono ragazzini che non avevano mai sentito la nostra lingua, ci guardano semplicemente con disprezzo, i più simpatici ridono, secondo Carla ci credono immigrati turchi…
Chi noi? Impossibile. Ma… forse…
La natura è bella ci sono alti alberi, mucche che pascolano, una pianura sconfinata.
Mi mancano già le colline”.
Ogni tanto c'è un villaggio da cui scendono e salgono ragazzini o signore anziane.
"L'ho detto”, ribadisce Carla, “è un treno-corriera".
La Hulk-controllore-donna dopo due ore ormai ci sopporta, ci sorride e, dopo essere scesa ed aver manualmente girato gli scambi del binario, quando risale ride proprio: chissà che faccia dovevamo avere!
Alle otto di sera, dopo dodici ore di viaggio, arriviamo.
Sabrina si è fatta accompagnare da un amico tedesco, ci aiuta a portare le nostre valige nei lunghi due chilometri che separano la stazione dall'appartamento della nostra ospite.
Neanche l'amico di Sabrina sa l'inglese, ma lo sta studiando.
Quasi nessuno, ci spiega, conosce l'inglese perché finché era sotto l'egida dell'U.R.S.S. la Germania Est studiava il russo, che scopriamo essere facile da imparare per i tedeschi.
Arriviamo a destinazione, George impara una cosa importante sugli italiani: amano le comodità.
Nell'appartamentino in cui vive Sabrina c'è solo un letto, ma io e Carla, che dovremmo dormire sulla moquette, siamo attrezzate. Non solo il sacco a pelo, che ogni tedesco conosce, ma anche un materassino gonfiabile che lui , ridendo, si offre di gonfiare.
Il giorno dopo siamo andate a Berlino.
La capitale, la grande città per cui avevamo iniziato l’avventura.
Il viaggio questa volta fu verso il futuro.
Partiamo con la littorina-corriera in compagnia di vecchiette incuriosite, per arrivare nella Bannhof di Berlin con due punk dalla cresta verde.
Berlino è una città, e per alcuni versi anche un marziano che vi atterrasse capirebbe subito di trovarsi in un luogo che è il centro, un punto di riferimento.
Non saprei descrivere la bellezza imperiosa di questa metropoli che per tanti anni è stata punto di riferimento per una nazione così conscia della sua unità. Credo di poter capire come fosse odiato il muro.
Da brave italiane non avevamo prenotato alcun albergo. Non avendo un tour da seguire eravamo delle viaggiatrici in cerca della vera essenza di Berlino e non so se l'abbiamo colta.
Nei due giorni che seguirono Berlino fu invasa da migliaia di ospiti stranieri perché, anche se né noi né George lo sapevamo, il giorno dopo, domenica, si sarebbe svolta la Berlin Marathon. Un evento sportivo mondiale, che aveva saturato gli alberghi di tutta la città e l'avevano resa impermeabile agli stranieri.
Forse per la presenza di così tante nazionalità, forse perché non eravamo particolarmente ostili, ci siamo sentite accolte dalla Berlino mondana, dalla Berlino di inizio secolo.
“Facciamo mente locale"- tipica espressione di Sabrina- "È impossibile che non ci sia un posto per dormire in una città così grande".
Il posto c'era e costa il doppio del previsto.
L'importo preciso non lo ricordo, so che avendo previsto due notti a Berlino decidemmo di passarne una sola perché non avevamo soldi. La cifra pagata per quell’unica notte doveva essere veramente consistente, visto che l'autista polacco dell'albergo era addirittura venuto a prenderci alla stazione.
Buffo a dirsi ma la persona che mi è rimasta più impressa di tutto il viaggio è stato proprio l'autista polacco e il suo amico portiere, che soggetti!
So per certo, senza conoscere bene il tedesco e non conoscendo affatto il polacco che, se solo avessimo voluto, ci avrebbero offerto volentieri ospitalità gratuita a casa loro!
Purtroppo per loro non erano affatto i nostri tipi e non eravamo in cerca di avventure ma di Avventura… (…continua forse…)






2 commenti:

  1. Ooooohhhh.... ci voleva un bel racconto da leggere in questa giornata bianca e nevosa....
    Grazie infinite...
    Adesso non smette proprio mai di nevicare....
    un bacionissimo mitica!!!!
    Sei speciale

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  2. Ciao Devis! Grazie della visita, nonostante tutte le avversità niente ti abbatte, sei un mitooo

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