Le cronache di Gaia

Cronache di Gaia.

Un luogo di viaggio e di passaggio, benvenuti!

Italia: terra d'amori, arte e sapori

Italia: terra d'amori, arte e sapori
EWWA

martedì 23 agosto 2016

La finestra sul mare - Commento

Da molto tempo non vi parlo più di libri.
Con molto piacere oggi vi  vorrei parlare del meraviglioso romanzo di Sabrina Grementieri, una scrittrice italiana davvero molto brava. La finestra sul mare è un viaggio nella bellissima terra del Salento ma anche il percorso di crescita di due persone profonde e dal vissuto complesso.




Editore: SPERLING & KUPFER
Pagine: 325
Prezzo E-Book: € 9,99
Prezzo Cartaceo: € 15,22 
Genere:  NARRATIVA MODERNA
Serie: ROMANZO CONCLUSIVO 

Sinossi:
Sono le sei del mattino quando il telefono squilla e una voce, all’altro capo dell’apparecchio, annuncia tra le lacrime la morte di nonna Adele. È il primo giorno di aprile e la vita di Viola da allora non sarà più la stessa. Nonna Adele le ha lasciato in eredità l’antica masseria di famiglia nel Salento. Dell’antico splendore però è rimasto ben poco. La facciata, un tempo bianca e ben curata, è ormai grigia e scrostata, erba e sterpaglie crescono indisturbate ovunque e la buganvillea che incorniciava rigogliosa la porta principale ha visto di certo giorni migliori. Solo il vecchio, grande ulivo al centro della corte sembra sopravvivere, imperturbabile, a quella desolazione. Viola non sa che farsene della masseria. Per di più, i ricordi racchiusi tra quelle mura sono troppo dolorosi. Non ha niente da perdere, così decide di partire. Non è certa che sia la scelta giusta. Di sicuro non è la più semplice. E qualcuno sembra non gradire il suo arrivo alla masseria. Tra distese di ulivi, mandorli, papaveri e un mare azzurro come il cielo, dopo tanti ostacoli, Viola ritroverà finalmente la perduta strada di casa e dell’amore.

Il mio commento


La finestra sul mare è in realtà una passaporta, un teletrasporto verso il Salento. Leggendolo si viene catapultati nei profumi, nei colori della Puglia. Seguiamo Viola nel suo progetto di restaurare la masseria della nonna Adele e nello stesso tempo partecipiamo al suo evolvere e maturare come donna. Il percorso è irto di ostacoli ma anche di piacevoli incontri. Primo fra tutti quello con Nico, un bambino speciale a cui ci affezioneremo tutti, poi arriverà Aris con il suo passato pesante e le catene che lo tengono all'ormeggio mentre vorrebbe veleggiare lontano.
Viola e Aris si aiutano e maturano assieme mentre l'estate avanza e ostacoli pesanti si frappongono a loro due e al recupero della masseria.
Una storia piena di luce e di sentimento che dà al lettore non solo delle ore piacevoli ma anche spunti di riflessione.
La cosa che mi ha colpito di più è stato il ritmo che il libro è riuscito a impormi, solo i grandi scrittori riescono a obbligare il lettore a seguire la loro storia con il ritmo che vogliono loro.

Complimenti all'autrice che anche in questo libro è riuscita a rendere protagonisti i valori importanti come la famiglia e gli affetti più veri.

martedì 12 luglio 2016

Marea Le cronache di Gaia #3

Una bravissima scrittrice con il suo libro mi ha ricordato un detto che avevo scordato: "finito è meglio di perfetto".
Le cronache di Gaia sono finite, è on line anche il terzo capitolo della saga.
Forse Marea non sarà perfetto, forse lo avrei potuto ampliare ancora, forse avrei potuto salvare qualcuno e descrivere meglio la morte di qualcun'altra...
Ma il click è stato dato e ora la storia non è più mia ma vostra.
Se vi va potete leggerla su Amazon, iBooksKobo e GooglePlay.


"Uomini e donne della Terra e di Marte vi saluto. 

Se siete in ascolto, siete parte della resistenza marziana e a voi va il nostro grazie per i sacrifici che state compiendo. 

La rivoluzione è iniziata!"



Marea Le cronache di Gaia #3

Una bravissima scrittrice con il suo libro mi ha ricordato un detto che avevo scordato: "finito è meglio di perfetto".
Le cronache di Gaia sono finite, è on line anche il terzo capitolo della saga.
Forse Marea non sarà perfetto, forse lo avrei potuto ampliare ancora, forse avrei potuto salvare qualcuno e descrivere meglio la morte di qualcun'altra...
Ma il click è stato dato e ora la storia non è più mia ma vostra.
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"Uomini e donne della Terra e di Marte vi saluto. 

Se siete in ascolto, siete parte della resistenza marziana e a voi va il nostro grazie per i sacrifici che state compiendo. 

La rivoluzione è iniziata!"



venerdì 6 maggio 2016

Il mistero dodici sedie - un racconto del Terremoto 40 dopo

Due anni fa in occasione dell'uscita dell'antologia Ewwa dedicata alla Rai avevo scritto un racconto.
Poi non me la sono sentita di condividerlo con altri, così è rimasto nel portatile in attesa.
Oggi è il giorno giusto. Sono passati 40 anni da allora.

IL MISTERO DELLE DODICI SEDIE

Il pancione di Ivana entra per primo, seguito da Elio che ci sorride e ci saluta tutti, iniziando a parlare con quella cadenza divertente che mi piace tanto.
La mamma sta finendo di lavare dei panni in bagno, li saluta appena e torna a tuffarsi nelle sue faccende; vuole finire presto per stare con gli ospiti.
Mio papà li fa sedere con noi sul divano.
«Ci avete fatto davvero una bella sorpresa!»
So che a papà mancano i suoi vecchi amici, noi abitiamo lontano e con i suoi turni di lavoro non riesce a trovarsi con loro la domenica.
«Manca poco» dice Elio, mettendo la mano sulla pancia enorme di Ivana.
«Dovrebbe nascere tra una settimana, se tutto va bene.»
«Una bambina!» urla mia madre.
L’appartamento è piccolo, appena 70 mq e, anche se noi siamo seduti sul divano in salotto, lei ci sente bene e chiacchiera con noi.
Sono in pigiama e guardo la televisione con i grandi. Sono contentissima, visto che abbiamo visite posso restare alzata dopo il carosello e fermarmi con loro. Mi sento grande anche io!
Ivana mi fa i complimenti per i codini, io rido e le chiedo se posso toccarle la pancia.
Papà ed Elio guardano un film per i grandi e non capisco proprio tutto quello che dicono le persone della storia. Non importa è bello essere qui tutti assieme. Anche la mamma ha finito ed è venuta a sedersi vicino a me.
Dopo però si alza, va a prendere qualcosa per gli ospiti.
Ivana vuole alzarsi, ma mio papà le dice di stare comoda.
«Con tutto quel peso, dove vuoi andare? » le chiede, ridendo con Elio.
Deve pesare davvero tanto se non ce la fa nemmeno ad alzarsi!
Sono accoccolata sulla pancia di Ivana, voglio sentire anche io questa bambina piccola, nascosta, ma che dà calci forti.
Papà ha appena messo il vassoio sul tavolo grande, quello tondo al centro della sala, quando un rumore fortissimo mi fa alzare la testa.
«Che succede?»
Elio smette di guardare la tv e si gira verso mio padre.
«Il lampadario!»
La sua voce è tutta differente da quella allegra che conosco.
Ma è quello che dice mia madre a far impazzire tutti i grandi.
«Il terremoto!»
«Ciapa a tosa! Via, via!» dice Elio.
Non ha ancora smesso di dirlo che sento le braccia di Ivana attorno a me, mi ha presa e si è sollevata senza sforzo dal divano.
In un attimo siamo già fuori dall'appartamento, sul pianerottolo.
Scende le scale a una velocità così grande che mi sembra di volare fuori dal palazzo.
Non capisco, ci sono tutti i miei vicini che corrono in strada e sono tutti strani…
La signora Maria è in vestaglia, l’Antonietta addirittura in camicia da notte!
Che sta succedendo?
Dove sono mamma e papà?
Ivana ha il fiatone, mi guardo intorno in cerca della mamma, ho paura e anche tutti i grandi intorno a me sono pieni di paura.
Vedo papà portare fuori la mamma tenendola per mano, camminano in modo strano, o è il palazzo che si muove?
Le dita di Ivana mi stringono fortissimo, mentre Elio guarda in su.
Tutti i grandi guardano in su.
Mamma mi prende in braccio, mentre Elio abbraccia sua moglie.
Papà ci stringe tutte e due mentre un altro rumore forte fa gridare l’Antonietta.
Restiamo lì tutti quanti, a guardare quel palazzo per molto tempo.
Per fortuna oggi era caldo e anche se è notte e siamo mezzi svestiti, non si sta male.
I grandi hanno tutti l’aria persa, non ho mai visto papà così serio. Noi piccoli abbiamo già iniziato a giocare.
«Via da lì, distante dalla casa» urla Ida, quella del secondo piano, a Enrico che voleva prendere il pallone che aveva lasciato sotto il portico di casa sua, che è proprio di fronte al palazzo.
Ci sediamo per terra, tra mia mamma e Ivana che si tocca la pancia e un po’ piange e un po’ ride perché quella bambina, come dice mamma, le dà un sacco di calci. Elio e Ivana restano con noi per qualche tempo ma alla fine montano in macchina e gli faccio ciao ciao con la mano mentre se ne vanno. Resto in braccio alla mamma che seduta sul marciapiede mi stringe forte, poi mi addormento.


La luce del mattino ci trova tutti assonnati, i grandi non li avevo mai visti così. Mio papà tocca una crepa sul muro del palazzo, proprio vicino al portone d’ingresso; alla fine uno dopo l’altro i miei vicini salgono in casa.
Nell’appartamento ci sono tante cose per terra, la mamma brontola un po’, ma sembra contenta. Io vado a dormire e quando mi alzo papà non c’è, il suo turno in ospedale iniziava alle due del pomeriggio e lui è già uscito.
Mamma mi prende in braccio e ci mettiamo davanti alla televisione.
«Maria Santissima» dice con una voce così strana.
Mostrano persone in mezzo ai sassi, hanno delle divise e scavano, la voce della tv dice che ci sono stati tanti morti.
Un vecchietto con gli occhiali neri va a vedere tutto quel disastro e mia madre singhiozza.
Alzo la testa e vedo che piange.
«Mamma?»
«Stsss, stsss»
«Che è successo a quelle persone?»
«C’è stato il terremoto e le case sono crollate.»
«E noi? »
«Da noi no, per fortuna»
La sera papà torna tardi, ma lo aspettiamo tutte e due sveglie, siamo fuori nel giardino del condominio assieme agli altri.
«In Friuli che disastro, quanti morti!» dice Antonietta alla Ida.
«Per televisione hanno fatto vedere Gemona, poretti» risponde lei, poi si volta verso mia madre.
«No sta mostrarghe a teevision a la tosa, se no a se impresiona» dice a mia madre.
«Perché non dovrebbe guardare la televisione? È così piccola, non si ricorderà di niente» la tranquillizza e mi accarezza la testa mentre guardiamo in alto, verso le finestre del terzo piano, dove c’è il nostro appartamento.


Il mio primo ricordo è la soddisfazione di fare qualcosa di straordinario come guardare un programma alla televisione oltre l’orario consentito ai bambini. Sono felice, tenuta in braccio dalle persone che mi amano. Una gioia piena ma breve, perché tutto finisce con un boato. Il terrore si impossessa di chi ho sempre pensato essere invincibile e una donna grossa, pesante e impacciata, che aveva una bambina dentro la pancia, mi afferra e mi fa volare giù per le sei rampe di scale del mio palazzo.

Erano le 21.00 del 6 maggio 1976 e nella prima rete trasmettevano "Il mistero delle dodici sedie". Non ho mai saputo come sia finito quel film.




giovedì 24 dicembre 2015

Un Natale a Villa Maria

-1 a Natale
Ciao a tutti!
Oggi è la vigilia di Natale e immagino che molti siano indaffarati, con gli ultimi regali o con i preparativi per cena e o pranzo di Natale.
Il mio ultimo racconto prima di Natale è dedicato a chi ha corso sempre e alla fine si è fermato, in un luogo che probabilmente non abbiamo mai considerato molto natalizio.
Con questa storia scritta per il sito di Edizioni Domino si conclude la mia piccola raccolta.
Non mi resta che augurarvi:
Buon Natale!






Un Natale a Villa Maria


Le luci rosse e blu dell’albero di Natale si accendono a intermittenza.
Linda sorride soddisfatta contemplando la sua opera.
“Adesso dobbiamo solo preparare il presepio, domani Arturo ci porta il muschio e poi cominciamo. Va bene Eva?”
Le sorrido.
“Certo che va bene, mi piace Natale!”
“A chi lo dici! Persino questo posto si ravviva un po’ con le luci e i festoni. Anche da te ci sono gli alberi di Natale?”
“Quando ero piccola, con comunismo, non potevamo, ma ora mia sorella fa albero tutti gli anni.”
Ricordo che mia nonna amava dire le preghiere a Natale e anche se non si poteva.
Povera nonna! Morta così giovane.
Poi mi guardo in giro. 
Sono nella sala ricreazione di Villa Maria, la casa di riposo dove lavoro.
Le carrozzine con i vecchi mi circondano, Maria si sta asciugando gli occhi da quando abbiamo preso l’abete di plastica e lo guarda come fosse un gioiello. Ada canta la sua nenia e Vilma osserva qualcosa fuori dalla finestra.
Forse è meglio che nonna sia morta giovane.
È il terzo Natale che faccio qui.
Che pena tutti questi poveri vecchi abbandonati e soli!
Oh, ci sono anche brave persone. Mario veniva tutti i giorni a trovare sua mamma, la signora Olga, ha 97 anni ed è ancora molto lucida. L’anno scorso per Natale l’hanno portata dalla figlia di Mario. Quest’anno però non potrà farlo. Quel bravo signore di settant’anni è morto d’infarto due mesi fa. Una bella morte, come ha detto Linda, ma la povera Olga è rimasta per giorni a guardare la porta sperando che arrivasse. Le rimaneva solo lui. Forse per Natale verrà la nipote, la figlia di Mario.
Preparo il refettorio mentre la direttrice accompagna due nuovi venuti, sono un uomo giovane e una donna più o meno della stessa età. Si assomigliano, forse sono fratelli.
“Abbiamo già iniziato a preparare gli addobbi per Natale, facciamo una bella festa, ovviamente siete invitati. Vedrete Antonietta sarà seguita molto bene, le nostre educatrici cantano spesso con gli ospiti. Canti natalizi come “Tu scendi dalle stelle”, “Astro del ciel” e poi c’è la tombola! A chi non piace la tombola?” spiega la direttrice. Lei annuisce e pare soddisfatta, lui serra le labbra.
Ecco è lui. 
C’è sempre uno dei familiari che non vuole lasciare a Villa Maria il suo vecchio. 
In questa coppia di fratelli è lui. 
Probabilmente vorrebbe tornare indietro convincere la sorella, invece è qui, ma non si rassegna.
La direttrice va avanti, lui si volta a fissarmi e poi viene verso di me.
“Mi scusi, lei lavora qui?”
“Ho camice rosso di cooperativa, vede? O pensa io aiutante Babbo Natale?”
Ride.
“Sì, lo vedo, ma è qui da molto, cioè, vorrei chiedere…”
“Lo so quello che vuole chiedere. Sì, li trattano bene, tutti. Parenti però devono venire a trovarli o loro si spengono, come candele.”
Ha dei begli occhi scuri, grandi, mi osserva con attenzione, valuta se dico bugie.
“Credo che quello che ha detto sia molto vero” si allunga e legge la targhetta con il nome che porta appuntata sul camice.
“Eva?”
“Sì Eva, sarebbe Genoveva, ma voi non riuscite a dirlo bene, quindi Eva e basta.”
“Rumena?”
“Sì” e aspetto che dica qualcosa, di solito arrivano commenti e domande idiote. 
Sta zitto. Guarda pensieroso la sala con le carrozzelle lungo le pareti, pare assorto.
“Chi portate qui?” chiedo.
“Mia nonna”.
“E vostri genitori?”
“Mio padre è morto qualche anno fa, mia madre è mancata la settimana scorsa, era lei che accudiva nonna.” 
Mentre parla di sua madre capisco che è ancora addolorato. È giovane, ma gli italiani sembrano sempre giovani. Come la mia vicina di casa ha dieci anni più di me, due figli e pare mia sorella minore, suo marito uguale.
Quanti anni avrà quest’uomo? La mia età?
“Sua mamma è stata brava figlia se si occupava di nonna.”
“Sì, ha ragione. Io, noi, non possiamo accudire mia nonna come faceva lei. Francesca ha i suoi figli, il lavoro e io…”
“Lei, sua moglie? Voi non potete?”
Lui scuote la testa.
“Non ho una moglie e lavoro tre mesi all’estero e uno in Italia. Sono tornato quando ho saputo.”
Poveretto non ha salutato sua madre!
Mi sento in colpa.
“Scusi, non sono affari miei, pensavo lei non volesse lasciare qui sua nonna.”
Sorride.
“Ottima osservatrice! Non voglio, infatti. Ma Francesca abita qui vicino e può venire spesso a trovarla. Non posso chiederle di farsi carico della nonna, mentre io che sono solo non lo faccio, le pare?”
“No, non può.”
Mi saluta e prosegue perché sua sorella gli fa strani cenni.
So già che presto avremo una nuova ospite. 
Non dovrei criticare chi porta qui i vecchi, se non ci fossero i vecchi io non avrei il lavoro.
Qui sto bene, la direttrice è brava, tutto è pulito, le infermiere e i dottori li visitano sul serio i vecchi. Linda è gentile con me e anche le altre della cucina. Solo che vedo tante cose tristi, ogni anno penso che vorrei morire giovane, piuttosto che stare qui.

“Metti muschio sotto capanna, traballa.”
“Ora lo metto.” 
Linda posa la pecora che tiene in mano e prende dell’altro muschio.
Sistemo bene i sassi colorati per fare il vialetto, siamo tutte e due così assorte nel preparare il presepio che, quando lei arriva, non la vediamo.
“Scusate signore, dove posso trovare una vostra ospite che si chiama Olga De Notaris.”
Mi giro subito.
Che bella donna!
“Figlia di Mario, vero? È bella come lui. Mi è tanto spiaciuto quando è morto.”
Ha gli occhi grandi e azzurri di suo padre, il suo sorriso triste quando mi risponde.
“Grazie signora, è stata una morte improvvisa. Almeno è andato via sereno.”
“Lo conoscevamo bene, veniva tutti i giorni da Olga” aggiunge Linda, mettendosi in piedi.
“Sì, papà voleva molto bene alla nonna.”
“Lei nipote venuta per portarla via per Natale?”
Un’ombra passa sul viso bello e truccato della ragazza.
“No, il dottore non mi lascia portarla via. Abito a Londra adesso, il viaggio sarebbe troppo lungo. Però voglio vederla.”
L’accompagno da Olga, mi dice che si chiama Elisa che ha un mese di ferie per le feste di Natale. Poi ci ritroviamo in giardino.
So che fa male ma mi piace fumare e fumo.
Anche Elisa fuma.
“Salve!” mi saluta sorridendo. “Brrrr che freddo! Come fa lei solo con il grembiule?”
“Sotto camice ho maglione e non siamo mica al Polo Nord!”
“Non mi piace il freddo.”
“Per fumare si fa qualche sacrifico” aggiungo.
Ridiamo.
Mi racconta un po’ di Mario, di lei, del suo lavoro a Londra e mi chiede.
“Da dove vieni? Posso darti del tu? Avremo la stessa età?”
“Certo, sono rumena, ho trentacinque anni.”
“Che ti ho detto Eva! Io ne ho trentasei. Da quanto sei in Italia?”
“Quindici anni.”
“Si sente ancora tanto l’accento.”
Rido, nessuno me lo dice mai, ma so che è vero.
“Succede questo: dentro mia testa parlo benissimo italiano, neanche sbaglio congiuntivo.”
Lei ride.
“Poi, quando apro bocca, parole si legano a lingua e perdo pezzi.”
“Credo di capirti bene, anche a me a volte capita con l’inglese.” 
Abbiamo finito la sigaretta e rientriamo, siamo di nuovo nel salone, Elisa guarda l’abete pieno di decorazioni e di luci festose.
“Almeno avete fatto l’albero di Natale, un po’ di allegria, è così triste questo posto.”
Andiamo in saletta refettorio, lì troviamo Olga che parla con la signora nuova e il bell’uomo dell’altro giorno.
“Buona sera” dico, lui mi sorride e risponde subito.
“Ha visto che sono tornato a trovare mia nonna?”
“Mi fa piacere” rispondo.
Elisa non è più vicino a me, lo sta guardando anzi i due si guardano, si conoscono?
“Riccardo?”
Lui apre la bocca sorpreso vuole parlare ma Olga lo precede.
“Certo che è lui! Vieni. Visto che ho trovato Antonietta? Poveretta non ci sta più con la testa. Pensa che Sara è morta dieci giorni fa e Riccardo non era neanche qui, si trovava a Norimberga. È tornato dalla Germania appena lo hanno avvisato!”
“Sara è morta? Mi spiace Riccardo.”
I due si salutano e si baciano sulle guance.
“Grazie Elisa. Che strano trovarci qui…”
“Pensandoci bene ci trovavamo sempre dalle nostre nonne, quindi no, non è strano.”
Lui diventa ancora più triste.
“Allora mia nonna ci preparava i dolci.”
“Eva!” mi chiama Olga, che è un demonio di donna, e mi ricorda la mia, di nonna.
“Avevi bisogno di aiutanti per le luci dell’albero di Natale.”
“Signora Olga, io e Linda già fatto albero.”
“Fuori c’è ancora il pino da addobbare come ogni anno. Non l’hai ancora fatto. Portati via questi due, ti aiuteranno loro.”
“Ha ragione, dovevo proprio farlo. Vieni Elisa mi aiuti?”
Prendo le luci e usciamo. Riccardo ed Elisa parlano fitto fitto, faccio per salire sulla scala ma lui mi sblocca, dice che non va bene e sale lui, con quel cappotto che costerà una fortuna, si mette a sistemare le luci mentre lei lo aiuta.
Potrei non esserci, questi due suonano una musica tutta loro!
“Non potevo lasciar a Francesca l’onere di nonna. Non posso aiutarla, sono troppo spesso all’estero. Questa volta ho lavorato a Norimberga, due mesi fa ero a New York, in gennaio andrò a Londra.”
“Ti capisco benissimo, ora abito a Londra. Era mio padre a seguire nonna Olga.”
“Mi spiace, non ti ho nemmeno fatto le condoglianze.”
“Non ti preoccupare, sono così stanca di parlare di morti. Dimmi di te, saranno vent’anni che non ci vediamo.”
“Finite le superiori.”
“Infatti, ha studiato legge poi?”
“No, ingegneria, lavoro per una ditta che costruisce turbine e altri componenti idraulici, una multinazionale inglese, la sede è a Londra.”
“Magari è una mia cliente, lavoro per la JP Morgan.”
“Pensa te! Come è piccolo il mondo, in gennaio quando torno in Inghilterra potrei venirti a trovare.”
“Mi farebbe piacere.”
“Qui abbiamo finito, rientriamo?”
“Dov’è Eva?”
Dietro l’angolo buio, così voi parlate tranquilli.
“Non so dove sia, io fumo, vuoi una?”
“No, e non dovresti neanche tu, fa male.”
“Via Riccardo, sempre il solito? Dopo tanti anni sempre a pensare al bene di tutti?”
Lui ride e si passa la mano tra i capelli.
“Credo che non cambierò mai.”
“Sarà felice tua moglie di avere sposato un uomo salutista.”
“Non sono sposato.”
Lei lo guarda sorpresa.
“No? Avrei detto che Olga mi avesse parlato del tuo matrimonio.”
“Lo sono stato, Anna è morta tre anni fa.”
No! Poveretto quest’uomo è troppo infelice.
“Scusa, non lo sapevo.”
Lui sorride e si mette le mani in tasca.
“Non è colpa tua ma del tumore ai polmoni che aveva.”
Elisa si guarda la sigaretta che tiene in mano, la spegne sotto una scarpa.
“Riesco sempre a dire le cose sbagliate nel momento sbagliato?” chiede costernata.
“Abbastanza.”
Ridono e tornano dentro tenendosi per mano.
Le luci dell’albero sono tutte bianche, mancano due giorni a Natale, come mi piacerebbe la neve, come a casa mia. I bambini sarebbero così felici…

“Settantasette, le gambe delle donne!” dice ridendo Linda.
Ottavio alza la mano contento.
“Tombola!”
Un coro di “ancora” risuona tra le carrozzine della sala comune.
Alcuni familiari ridono, si sa che tombola la fa sempre Ottavio. Sono qui da tre anni e ha sempre vinto lui. Poveretto è così felice.
Mi giro e vedo Elisa parlare con Olga. Poi si avvicina Riccardo ed Elisa si illumina.
Serve mica essere dei geni per capire che si piacciono!
Quando vanno fuori in giardino vado da Olga.
“Signora Olga anche Natale è passato.”
“E Ottavio ha fatto di nuovo tombola” risponde lei e ridiamo.
“Elisa presto tornerà a casa” dice tornando seria.
“Non ancora, mancano due settimane.”
“Sai Eva, non la capisco mia nipote. Hai visto come sta bene con Riccardo? Si conoscono da quando erano bambini, sono stati inseparabili da piccoli. Lui diceva sempre che da grande l’avrebbe sposata, invece ha sposato quella povera ragazza che è morta giovane. Adesso che si sono trovati dovrebbero stare insieme. C’è sempre tempo per restare soli, guarda me?”
“Signora Olga non è sola, ci sono io.”
“Via non fare la ruffiana, tu hai i tuoi figli, un bravo marito e va bene così. Vorrei che anche Elisa avesse qualcuno.”
“Se chiede a Gesù Bambino magari lui porta questo dono.”
“Magari Eva, magari! Vai a vedere che combinano e poi torna a riferire, sono bloccata su questa sedia” e tocca il ferro delle ruote.
Esco piano in giardino e li vedo, sono uno di fronte all’altro, stanno parlando.
Non so cosa dicono, i loro visi mostrano bene che sono felici. D’un tratto si abbracciano e si baciano.
Mi viene da ridere, qualcosa di freddo si ferma sulla guancia.
“Neve!” dico ad alta voce.
Loro fanno un salto e mi guardano imbarazzati, poi alzano la testa.
“Nevica!” esclama sorpreso Riccardo.
“A Natale, che meraviglia!” dice Elisa felice e lo abbraccia.
Vado via, ho visto tante cose belle.
“Allora Eva, che succede fuori?”
“Signora Olga succede che fuori nevica e che suo desiderio è stato esaudito, penso proprio sua nipote non starà più sola.”
“Finalmente! Erano anni che chiedevo questo regalo di Natale! Dai Eva, spingi questa carrozzella vicino alla finestra, voglio guardare l’ultima neve della mia vita.”
“Spingo signora Olga, ma non deve più dire cose sciocche.”
Lei mi accarezza la mano mentre la spingo.
“Sei una brava ragazza.” 
Poi tace e guarda i grossi fiocchi di neve, simili a piume, posarsi sugli alberi del giardino.
Riccardo ed Elisa sono abbracciati e ridono, Olga si rilassa e poi si appisola.
Resto con lei per un po’, dopo vado a sistemare Nino che vuole togliersi la flebo, ci sono tanti vecchi qui che non sono bravi. Io e Linda dobbiamo sistemarli tutti, è quasi ora di cena.
Mi giro e vedo che Olga dorme ancora, mi avvicino e le tocco la mano.
Ha un bel sorriso sul volto ma la sento così distante, così ferma.
Ho paura.
“Linda, Linda!”

Dopo il funerale della signora Olga, Elisa mi ha portato una busta c’era l’assegno, soldi che sua nonna mi ha lasciato. L’ho ringraziata, lei mi ha baciata e mi ha chiesto
“Secondo te è meglio morire giovani o vivere a lungo e finire in uno di questi posti orrendi?”
“Non importa quanto si vive, importa quanto amore si è dato e quanto si è ricevuto.”
“Cercherò di darne tanto allora. Chi avrebbe mai pensato che avrei trovato l’amore in un ospizio per vecchi?”
Rido. 
“Io no di certo. Vai, Riccardo aspetta. Lui migliore regalo di Natale che potessi desiderare.”
Lei si allontana e lo raggiunge in giardino, in mezzo alla neve. 

Quello che vedo ora dalla finestra sarebbe molto piaciuto alla signora Olga.


mercoledì 23 dicembre 2015

Di corsa

- 2 giorni a Natale!
Il racconto che vi propongo oggi è sempre all'interno di tre prima di Natale.
Dopo Le statuine di Davide, che potete leggere qui vi propongo "Di corsa".
Si tratta del mio primo esperimento di fantascienza.
Anche qui c'è una lunga attesa, un dono e alla fine la luce.
Buona antivigilia!






Di corsa


Correre.
Sono sette anni che attende di correre, sente la gioia riempirgli l’animo e si guarda quei piedi, che sono nuovi e antichi, toccare terra con ritmo ed eleganza.
La strada è deserta, è la mattina di Natale e si è alzato prestissimo per non incontrare nessuno, vuole che la sua corsa sia solitaria, deve poter assaporare ogni istante di quel momento, vuole percepire solo se stesso e il mondo, senza incontrare uno sguardo, senza scorgere anima viva.
Le lunghe falcate si susseguono regolari mostrando una tecnica sapiente di corsa. Non è un novellino e anche se è passato molto tempo non ha dimenticato e le gambe si muovono come se non avesse fatto altro ogni giorno della sua vita, come se non fosse trascorso che un battito di ciglia da allora. 
Ma gli manca l’allenamento e i muscoli, nuovi e antichi, gridano, il cuore inizia a pompare il sangue e le sue orecchie sono martellate dai battiti. Le scarpe bianche toccano leggere l’asfalto mentre un metro dopo l’altro percorre la via deserta i cui lati sono decorati da mucchi di neve sporca e dalle luci stanche degli alberi di Natale.
La sua mente è vuota, non sta pensando a nulla, ascolta il respiro e il battito del cuore concentrato su di esso, svuotando la testa da ogni angoscia. Assapora la sensazione di libertà e potenza che ogni parte del suo corpo sembra volergli trasmettere. I lampioni ancora accesi proiettano la sua ombra, leggera dietro di lui, mentre le prime gocce di sudore si formano sulla fronte. L’aria entra fresca dentro le narici e lo aiuta a sentirsi vivo.
Un’auto con i suoi fari lo illumina, è la prima che incontra da quando è uscito di casa ma non volge lo sguardo per vedere chi guida. Teme di incrociare il volto di un conoscente, di un vicino, di qualcuno che potrebbe riconoscerlo. Pensa che se lui non vede loro, gli altri non vedranno lui. Ma non è così, lo sa benissimo, ma sono anni ormai che si comporta in questo modo ed è quasi un’abitudine. Chi lo conosce lo sa e mai come in quel momento gli torna utile. Non può fermarsi a parlare; ha una mèta che lo aspetta.
Vuole arrivare presto, vuole concludere quello che è stato iniziato da altri, ma che solo lui può concludere perché non c’è nessuno che possa mettere la parola fine a tutto quel pasticcio se non lui.
Il pensiero di non riuscire, di fallire si affaccia alla sua mente e un malessere lo avvolge; l’ossigeno pare non arrivare più ai suoi polmoni così, contro ogni avvertenza, contro ogni aspettativa, si ferma e posa le mani sulle ginocchia.
Piegato, ansante, fissa ancora una volta sbalordito i suoi piedi, chiedendosi come abbia fatto a vivere senza correre. Passano istanti che paiono lunghissimi, la memoria vaga nel passato più recente, in cui la sua immobilità era reale, concreta, solida come delle sbarre che lo tenevano prigioniero. Si guarda intorno e le macchie grigie della neve ammucchiata  vicino all’incrocio gli sembrano la cosa più bella che abbia mai visto. Non sopporta più il candido colore bianco, lo trova falso e doloroso mentre ripensa a quello che è stato.
Il bianco del soffitto, il bianco delle lenzuola, il bianco assoluto. L’assenza di qualsiasi colore dalla sua vita, l’annullamento di sé.
Perché il vuoto non è il nero, il vuoto è il bianco degli occhi della pietà della gente, che non lo fissava nelle pupille, che sfuggiva il suo sguardo. Il bianco delle infermiere che si avvicinavano con finti sorrisi.
Il bianco dei cuscini a cui doveva appoggiarsi.
Il bianco del cielo di quel giorno di febbraio in cui il mondo aveva perso tutti i suoi colori.
Avevano detto che era stato un miracolo se si era salvato, che persino il conducente dell’auto credeva di averlo ucciso. Ricordava appena il volto di quel povero ubriaco che l’aveva travolto.
Era successo di mattina, una mattina fredda e tanto simile a quella, anche allora stava correndo, ma non era Natale e nessuna luce colorata brillava per lui se non il lampeggiante dell’ambulanza.
Avrebbe tanto voluto ricordare i pensieri che precedettero l’impatto, le sensazioni, persino il dolore, in questo modo sarebbe riuscito a dare un senso a tutto quello che aveva patito ma non ricordava niente, solo il bianco del cielo di febbraio.
Alcuni hanno esperienze di non morte, vedono la luce, percepiscono essenze, a lui non era accaduto nulla di tutto questo. Si era svegliato senza sapere quando si fosse addormentato, aveva creduto di essere in un sogno, le sue sensazioni corporee gli erano estranee. Gli pareva di essere rinchiuso in una cassa e di avere solo due spiragli per gli occhi da cui osservare il mondo.
Il coma era durato quasi un anno, aveva perso dodici mesi senza accorgersene; il passato, la sua vita, chi era stato lo apprese un pochino ogni giorno. Ricominciò a conoscere se stesso. 
La storia dell’incidente gliela raccontò Iris, quando ancora si parlavano, quando ancora pensava che sarebbe rimasta.
Iris aveva realmente confuso la speranza e la realtà, si era illusa, aveva sperato e sofferto, quasi più di lui. Alla fine la delusione era stata talmente grande che non aveva resistito.
Come poteva darle torto?
Anche lui avrebbe voluto fuggire da se stesso, se avesse potuto. Molti avevano criticato Iris per averlo abbandonato, ma in cuor suo sapeva benissimo che era stato lui a lasciarla. L’aveva esclusa dal suo mondo, dal suo sentire e dal suo dolore perché sapeva che, per quanto si sforzasse, lei non poteva capire quello che gli era successo. Non poteva più condividere nulla con quella ragazza, era inutile e doloroso per entrambi vedersi e starsi accanto. Era stato lui a dirle di lasciarlo, di non andare più a trovarlo.
Lei aveva opposto resistenza ma, alla fine, non si era più presentata sulla porta della sua stanza. 
Per fortuna.
Questo era il passato, il tempo è trascorso e ora può correre. 
L’uomo scuote la testa, si raddrizza e, un passo dopo l’altro, si avvicina alla mèta; al ponte. 
Una paura ben nota ma estranea si impossessa delle sue gambe, comincia già a percepire un mormorio lontano, una voce che chiama il suo nome. I piedi, nuovi e antichi, sembra vogliano rifiutarsi di arrivare al ponte, ma lui insiste. 
Ora cammina, lo sforzo è grande, i muscoli oppongono una resistenza di cui non si stupisce, ma che lo affatica. Il momento sta per arrivare, mancano pochi metri, eppure non sa ancora se ce la farà. Si chiede se avrà veramente il coraggio di fare quello che ha fatto lei.
L’essere che vive in quelle gambe, la donna che ne aveva una parte, conosceva quel ponte, e lo riconosce anche ora, lo teme e lo desidera. Un brivido di consapevolezza lo distrae, lei è combattuta e lo lascia fare. 
In pochi rapidi passi è arrivato.
La voce non tace mai, la sente anche ora. Una cantilena di pianto inconsolabile, un singhiozzare sommesso e straziante.
Un “effetto collaterale” delle nuove generazioni di impianti neurali che aiutano le persone come lui che hanno subito danni spinali. Così l’avevano definito: memoria sensoriale periferica.
Sorride tra sé mentre ci pensa. 
Dicevano che sarebbe passato in pochi giorni e lui aveva creduto ai medici. 
Ripensò a quel giorno in cui era stato selezionato per essere il primo a cui impiantare reti neurali di altri esseri viventi.
Era novembre, lo ricordava bene perché dal suo letto fissava le sagome scheletriche degli alberi del giardino dell’istituto in cui la sua famiglia l’aveva ricoverato.
Sua madre aveva tanto insistito per farlo trasferire in quel luogo lontano. 
Aveva fatto ricerche, non si era mai data per vinta e, a differenza di Iris, lui non era riuscito ad allontanarla a convincerla a lasciarlo. Sua madre aveva cercato tra i migliori istituti al mondo e tutte le sue informazioni l’avevano portata in quel luogo di speranza. Le avevano assicurato che solo lì suo figlio avrebbe potuto tornare a usare gli arti inferiori.
Quando ne parlarono per la prima volta erano già passati cinque anni dall’incidente e ormai si era rassegnato. Dopo avere perso le gambe, Iris e la sua vita, aveva faticosamente ricostruito un pezzo alla volta quello che restava di lui e la proposta della madre, di ricominciare a sperare, lo aveva terrorizzato.
Nadia però non aveva mollato e per tutta l’estate aveva tentato di convincere il figlio, promettendogli che quella sarebbe stata la sua ultima richiesta.
Non aveva potuto dirle di no e in ottobre era stato accolto nella clinica tedesca in cui un team di medici lo avevano analizzato dalla testa ai piedi. Ma soprattutto la testa, con Tac e Risonanze, con visite psicologiche, con indagini che l’avevano lasciato sempre più perplesso e arrabbiato.
Poi, un giorno di novembre, uno dei suoi medici, il meno simpatico, il dottor Perrault, quello dagli occhi penetranti, si era seduto accanto a lui.
Aveva un tono di voce dal fortissimo accento francese.
“Marco avremmo una proposta da farle…”  e aveva iniziato a spiegargli il protocollo, ma lui, con il volto rivolto alla finestra, non l’aveva ascoltato. Con caparbietà aveva osservato oltre il vetro l’inutile lotta contro il vento di una foglia, ancora attaccata al ramo nudo dell’albero. Solo quando il vento aveva vinto portandosela via si era reso conto di essere rimasto solo, il medico se n’era andato.
Nei giorni successivi l’uomo era tornato, aveva insistito, sempre più animato, sempre più agitato.
Era la persona giusta per quel protocollo, il paziente che il dottor Perrault e tutto il team della clinica aspettavano con ansia per sperimentare quella nuova procedura.
I rischi erano minimi, dicevano, avrebbero sostituito una parte della sua corteccia celebrale e di midollo spinale con quello di un donatore sano. 
“In fondo che aveva da perdere?”
Glielo dissero molte volte. 
Sì, perché dopo il primo medico ne vennero altri e alla fine pure sua madre si fece avanti.
Fu lei a spronarlo in modo definitivo, convincendolo ancora una volta.
“Perché non vuoi provare? Non sarà doloroso. Se andrà male resterai a letto esattamente come ora. Ma se dovesse andare bene… ci pensi? Marco, se dovesse andare tutto come dicono potresti camminare di nuovo e, chissà, forse, con la giusta fisioterapia, magari potresti tornare a correre ancora.”
Furono quelle parole a fargli accettare l’intervento, si fidò di loro e fu il primo esperimento riuscito del protocollo NSP9.
Anche se il numero nove, posto alla fine della sigla, lo aveva sempre fatto impensierire. 
Che ne era stato dei primi otto?
Ma ci aveva riflettuto poco, ormai si fidava ciecamente di loro. 
Come poteva non credere ai dottori, agli scienziati che gli avevano promesso e regalato il dono delle sue stesse gambe?
Li aveva ringraziati, li aveva benedetti tutti quanti: medici e infermieri. 
Avevano realizzato quello che solo a Dio era concesso: gli avevano restituito la vita.
Come poteva non credere alle loro parole? Il protocollo era pienamente riuscito e senza effetti collaterali gravi, dissero.
Non era così, la voce della donna riecheggia in lui ogni notte, entrava nei suoi sogni e si impossessava del suo essere invadendolo con delle sensazioni che non appartenevano a lui. 
La prima volta che aveva udito quella voce femminile non era solo, era con Tony, il suo fisioterapista. Si trovava nella palestra e con le mani strette attorno alle sbarre, trascinava un piede dopo l’altro, incitato dai continui incoraggiamenti dell’uomo robusto che gli era accanto. 
“È inutile, tutto inutile” aveva sussurrato la donna.
Marco aveva girato la testa verso la porta, per capire chi fosse entrato, ma erano soli, lui e Tony; nessun altro era presente nella piccola palestra.
Immaginò di essersela sognata, non ne fece parola con nessuno, né con i medici, né con sua madre e non ci pensò più per alcuni giorni.
La seconda volta invece capitò in piscina.
Era seduto sul fondo, come faceva spesso. Lasciava che piccole bolle di ossigeno uscissero dalla sua bocca e le guardava salire verso l’alto, incantato dal loro luccichio.
“Lasciami andare, vattene!” aveva gridato la donna facendolo trasalire.
Con una spinta era riemerso subito, sconvolto e molto preoccupato. Stava forse impazzendo?
Il giorno dopo ne aveva parlato con la psicologa che aveva seguito tutto il suo percorso fin dall’inizio del protocollo. La donna  aveva corrugato la fronte e aveva preteso maggiori dettagli, ma mentre Marco parlava si era accorto di come la donne fosse visibilmente a disagio e non paresse sorpresa bensì dispiaciuta.
Era stata poi la volta dell’incontro con l’intera equipe medica che l’aveva operato.
“Il protocollo l’aveva ipotizzato, si tratta di una situazione temporanea” l’avevano rassicurato i medici.
I risultati sui test fisici erano perfetti e i successi nel campo della riabilitazione erano così evidenti che lui non dubitò per un attimo che quel piccolo inconveniente sarebbe sparito presto. Era stato dimesso con successo e di certo grazie a lui i suoi dottori avevano provato una delle tecniche più innovative dal punto di vista dei trapianti. Purtroppo era passato quasi un anno e la voce della donna era forte e chiara, ma lui si fidava dei suoi dottori e credeva veramente che prima o poi tutto si sarebbe risolto.
La riabilitazione era terminata e dopo un breve periodo a casa con la madre, era tornato a casa sua.
Non aveva mai voluto vendere quel luogo, tornarci era stato come svegliarsi da un incubo. Un giorno dopo l’altro si era riappropriato della sua vita e il desiderio di corre per strada era divenuto fortissimo.
Pareva tutto perfetto, eppure non era così.
La voce della donna riecheggia in lui ogni notte e chiede di morire, voleva morire. 
Ma che persona era mai stata la sua donatrice di midollo? 
Doveva essere giovane, almeno quanto lui, doveva essere infelice, la sua tristezza la percepiva bene, gli attanagliava il cuore da mesi, lo soffocava. L’aveva cercata, aveva indagato, voleva sapere chi era. All’inizio, per ringraziare la sua famiglia, poi semplicemente per farla tacere, per mettere fine alla sofferenza.
Le informazioni che aveva raccolto erano poche, di lei non conosceva nemmeno il nome, sapeva solo quello che la voce dentro la sua testa gli raccontava tra i lamenti. Nominava spesso due persone: un maschio e una femmina. Di loro due sentiva terribilmente la mancanza ed era straziata dal dolore di non poterli più incontrare. Doveva averli amati moltissimo e c’era un tono, un’inflessione nel modo in cui li chiamava che gli facevano tornare alla mente sua madre. Che fossero i suoi figli? Di certo erano stati loro a lasciarla per prima a gettarla nella disperazione.
Ogni notte Marco sentiva tutta la sofferenza che la donna provava e la viveva come fosse sua. 
Tutto il dolore della sconosciuta lo stava straziando.
Aveva chiesto più volte un farmaco, un aiuto e i suoi medici lo avevano subito accontentato, preoccupati che lui diffondesse la gravità di questo “piccolo effetto collaterale”. 
Solo con i sonniferi ormai riusciva a riposare, eppure non era più padrone della sua mente e dei suoi desideri. 

Ora è stanco, non sopporta più quella vita, quella voce, quella disperazione, ma non vuole tornare fermo.
Gettandosi nel vuoto annullerà l’esperimento, tornerà a essere informe, non potrà più correre. Ma almeno morirà per sempre, non un giorno alla volta.
Si rivede immobile, con gli occhi che vagano in cerca di una mosca. Persino un insetto così piccolo poteva muoversi libero, mentre lui era fermo, come un sasso. Almeno le piante sono mosse dal vento, lui era troppo pensante persino per farsi portare dal vento.
No, non vuole più essere prigioniero di se stesso, del proprio corpo. Non vuole più sentirsi legato e impotente a osservare la vita che gli passa accanto.
Stringe forte i pugni chiusi, le unghie gli fanno male nella carne, ed è così felice che quel dolore lo riporti alla realtà. Si guarda attorno: quell’istante è il momento preciso in cui il buio perde la battaglia contro la luce. 
I primi raggi di sole mostrano il ponte, non è particolarmente diverso dagli altri, ma è proprio quello che cercava; lui sa chiaramente che lo deve fare.
Alla fine ha deciso di ascoltare le sue nuove e antiche gambe ed è arrivato lì, dove tutto era finito per lei.
Una voce dentro la sua mente grida aiuto; la sente supplicare. 
Chi avrebbe detto che con le terminazioni nervose delle gambe, sarebbero arrivati anche i ricordi? Gli ultimi momenti di esistenza dell’essere umano a cui in precedenza erano appartenute?
Sono notti che vede quel ponte: è da lì che la donna si è gettata.
Se si concentra può percepire il ticchettio della pioggia sulla testa, sulla testa della donna. Era quasi notte, le luci dei fari delle auto erano riflesse mille volte dall’acqua che cadeva scrosciante. 
Durante alcuni sogni è riuscito persino a percepire il brivido della caduta, l’attimo prima che il freddo, come aghi acuminati, trafiggesse la carne di quella povera ragazza.
Quale coraggio aveva avuto nel gettarsi!
Lui non sa ancora se ne avrà altrettanto, ma ormai è lì, l’avrebbe scoperto presto.
Guarda il ponte e ne è affascinato. Ha una bella linea, è solido e a campata unica, si estende per una trentina di metri, poche auto transitano e in quel momento non c’è nessuno. Gli sembra di avere atteso tutto quel tempo solo per arrivare fino a lì, fino a quel ponte, che permetterà di attraversare finalmente il confine della vita e della morte. Copre velocemente gli ultimi metri che lo separano dalla balaustra e appoggia le mani sul parapetto in cemento e lentamente vi sale. Una volta diritto, in piedi, guarda il vuoto sottostante. L’acqua lo chiama, una quindicina di metri più sotto, scorre forte e lieta, incurante di tutto, di tutti, di lui e di lei. Ha l’impressione di conoscere anche la voce della corrente. Chiude gli occhi.
Chissà se anche lei aveva sentito il richiamo dell’acqua?
Ora non sta pensando alla donna, ora pensa alle sue gambe, nuove e antiche, ai suoi piedi.
Li guarda un’ultima volta e li trova belli. 
Quando era piccolo non avrebbe mai creduto che le sue gambe sarebbero state la fonte di tanto dolore e di tanta gioia. Le corse che faceva con i suoi amici erano scontate, come respirare, giocare a guardia e ladri, a nascondino, a bandiera. 
Esisteva forse un gioco in cui non aveva corso per vincere? No.
Sorride e un velo di malinconia gli scende sul viso. 
Ha aspettato sette anni per poter correre di nuovo; ora ha corso, è felice. Si tratta del più bel regalo di Natale che potesse farsi. Sentirsi di nuovo vivo.
I suoi ultimi ricordi saranno la gioia di avere compiuto un miracolo, di avere beffato la sorte e di avere vinto ma, proprio mentre pensa questo, l’amarezza del gesto che sta per compiere lo frena un secondo. Una parte di lui ha paura, paura del buio, del freddo. Sa già che gli mancheranno il sole, le stelle e il blu del cielo. E correre, ah, quanto gli mancherà correre!
Sentire il vento nei capelli e il calore nel viso, il benessere che si allarga dal cuore a tutto il suo corpo.
Quella corsa è stata un sogno che si è avverato, è grato alla sconosciuta per averlo lasciato solo mentre correva, per avergli permesso di riassaporare una delle emozioni che più lo rendevano felice.
Gli è mancato per così tanto tempo correre che ormai dovrebbe essersi abituato, eppure, anche ora, quando tutto è deciso, quando tutto ormai è inevitabile, una parte di lui vorrebbe correre, tornare a casa, di corsa e dimenticarsi del mondo e di se stesso.
Apre le braccia e così, come vuole la natura, cade. Vorrebbe cadere, deve cadere.
Ma quelle gambe, nuove e antiche, non lo lasciano; i piedi non si muovono, rimangono incollati al parapetto. Poi, prima il destro e dopo il sinistro, si voltano e scendono dal muretto.
Lo stupore lo assale e con esso una gioia immensa; un passo dopo l’altro, l’uomo inizia a correre.
I suoi piedi sono suoi, le sue gambe sono sue, hanno trent’anni come lui e la rete neurale lo sa e tace.
La rete neurale vuole correre, la donna vuole ridere.
Correre, entrambi vogliono solo correre. 
Avverte la sua esultanza e la sente vicina, come mai prima di quel momento. Non ode la sua voce, percepisce direttamente la gioia della corsa. Il cuore che batte dentro il suo cuore, la sensazione di pace, che lei aveva cercato gettandosi dal ponte, ora l’ha trovata correndo, ne è certo.
Ride e la sua risata risuona in lui e gli dà speranza, come poche cose nella sua vita.
Poi, eccola, cristallina, è lei che parla, ma non è il tono lamentoso che ben conosce, è una voce armoniosa e serena.
Si scusa, chiede pazienza, è la sua natura e non la può rinnegare. 
Forse lo porterà ancora sul ponte, forse piangerà ancora di notte, ma lo prega di correre, di portare quelle gambe, nuove e antiche, in giro per le strade. Percorrere leggere il mondo e gioire della corsa come ha appena fatto con la memoria.
Lei si sforzerà di seguirlo, di stargli dietro, ma non gli farà più del male, resterà zitta, in disparte. 
Lei è già caduta, non lo farà più cadere.